Agricoltura conservativa come possibilità di reddito

Di   1 agosto 2018

Giacomo Manuali

Meno ore sul trattore, una ritrovata fertilità del terreno e buone rese di frumento e orzo: la ricetta per le colline umbre del terzista Giacomo Manuali.

La spinta verso l’agricoltura conservativa, al netto dei bandi Psr, è spesso schivata dalle aziende agricole.
“Occorre una conversione delle terre e delle teste. Noi però non smetteremo di provare a estenderla in più aerali possibili”, garantisce Giacomo Manuali.
Giacomo ha 30 anni ed è un agricoltore e contoterzista di Gubbio. Da cinque anni ha convertito la sua azienda agricolo zootecnica alle tecniche della semina diretta su sodo. “Funziona e cerco di portarla in tutta l’Umbria. Lo scorso anno mi sono spinto fino a cinque ore dall’azienda di famiglia. Cosa cambia rispetto all’agricoltura convenzionale? Non utilizzo più l’aratro. Anzi, l’ho proprio dato via”.

Dove trovi tanta determinazione?
Per me si tratta quasi di una rivincita. Quando sono nato, l’agricoltura delle colline umbre non si trovava nello stato di marginalità di oggi. La mia determinazione arriva dalla voglia di portare in queste zone un sistema di agricoltura che permetta di tornare a fare reddito. Nell’azienda di famiglia ha funzionato, ora voglio portarlo in altre aziende.

Occorre però mettere in conto un periodo di conversione dei terreni…
Certo, ma ne vale la pena. L’agricoltura conservativa produce ottimi risultati in tutto il mondo e non vedo perché l’Italia debba fare eccezione.

Come ti sei avvicinato alla semina diretta?
L’argomento mi interessava, ho iniziato ad approfondirlo e non mi sono più fermato. Così grazie all’Aipas (Associazione Italiana Produttori Amici del Suolo) sono stato in Argentina, dove è nata l’agricoltura no-till più di 30 anni fa, poi in Francia dove ci sono autentici maestri quando si tratta di aumentare la fertilità del suolo attraverso rotazioni, colture miglioratrici e cicli del carbonio. Non nego che l’agricoltura conservativa nasconda delle insidie, ma si possono superare ed evitare attraverso un approccio basato sulla conoscenza di tecnica, tecnologia e agronomia. Una triade che non deve essere separata.

Consiglieresti un viaggio in Argentina a tutti gli agricoltori?
Sì. Dal momento in cui si scende dall’aeroplano occorre essere ricettivi perché molte cose vanno in direzione contraria rispetto a ciò che si è sempre fatto. Per esempio, in Argentina il suolo non viene destrutturano da 35 anni. Figuriamoci se viene ripuntato ogni 3 anni o arato in agosto come da noi. Mi sono ritrovato in mezzo ad agricoltori e agromeccanici che non hanno mai visto un aratro. Se penso che, al contrario, i nostri ragazzi crescono con l’idea del trattore più forte e dell’aratro più grande…

Rinfittendo un prato polifita senza aver fatto diserbo

Quindi quanto sono importanti le attrezzature nell’agricoltura conservativa?
Un mio caro amico dice che una buona seminatrice ti aiuta nei momenti difficili ma per scegliere la seminatrice devi sapere quello che il suolo fa, come si comporta. Quindi si torna alla conoscenza quale strumento più importante per fare agricoltura conservativa.

Una rivoluzione copernicana dove al centro, al posto del trattore, cosa si mette?
Il primo strumento di competitività è il terreno da rispettare. Incrementare la fertilità diventa l’obiettivo, perché si vende il raccolto, non le ore trascorse sul trattore. E in Argentina hanno raggiunto livelli da 4 a 7 punti di materia organica.

Sono fortunati, non tutti hanno terreni così…
No, avevano perso fertilità. Se la sono ritrovata smettendo le lavorazioni del suolo. Se all’inizio si trattava di un modo per risparmiare perché con la semina su sodo si passa sui terreni solo due volte (la prima con una semplice azione di diserbo, la seconda per seminare, ndr), presto capirono che senza lavorazioni del suolo avevano smesso di saccheggiare la materia organica, risparmiavano acqua e aumentavano le rese a ettaro. Da una base argillosa stavano riguadagnato uno strato di fertile torba. Stavano ridando un futuro all’agricoltura argentina, pur senza sovvenzioni, detassazioni e politiche agricole comuni.

E in Italia?
Si può passare all’agricoltura conservativa anche dove ci sono terreni argillosi Occorre instaurare rotazioni diverse e modificare i cicli delle colture. Bisogna prima ripristinare una naturalità del suolo, ma occorre aiutarlo, portandolo per mano. Si avrà l’impressione di fare qualche quintale in meno di frumento, ma ci saranno meno consumi di carburante, di concime e di macchine e i conti alla fine torneranno e con gli anni la fertilità aumenterà in modo spontaneo.

In concreto, quali sono i benefici della semina su sodo?
Se facciamo due conti, nelle zone collinari dell’Umbria si arriva a risparmiare tra le 4 e le 5 ore/ettaro di lavoro tra aratura, spietratura, preparazione e semina, poi c’è il dimezzamento dei costi per il gasolio e per la manutenzione dei mezzi. Il tempo che si risparmia permette di gestire meglio le altre attività aziendali e anche la propria vita privata. In fondo ho 30 anni.

Nella tua azienda cosa ha comportato la semina su sodo?
Le produzioni sono tornate a salire come quantitativo a ettaro. Con il frumento e l’orzo, per esempio, la media nella mia azienda è di 5/6 ton ettaro in collina. A volte molto di più.

Qual è l’aspetto più importante?
Crederci. Gli ettari di semina su sodo aumentano in tutto il mondo, dal Sud America, al Canada, all’Australia. Gli agricoltori sono mossi dalla convenienza economica della tecnica di coltivazione e dai livelli di competitività raggiunti. Come può un agricoltore italiano dire che sul suo campo, proprio sul suo, non è possibile fare la semina su sodo?

Hai anche una azienda agrituristica (Tenuta di Biscina). Nel menu ci sono tracce dei tuoi viaggi in Argentina e Francia?
Il menu resta orgogliosamente nostrano con mamma e sorella che si dilettano cucinando specialità umbre, a partire dal friccò con la crescia, da proporre con una bottiglia di Montefalco Docg.