Il digitale arranca in Italia

Di   5 agosto 2018

In base al rapporto Desi, l’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società sviluppato dalla Commissione europea, l’Italia occupa gli ultimi posti in classifica. Nella Ue a 28 l’Italia occupa il 25esimo posto ed è quartultima. Peggio di noi solo Bulgaria, Grecia e Romania. Perché il grado di digitalizzazione non si misura in base al numero di persone che in treno o in metropolitana non alzano lo sguardo dal proprio cellulare e dal proprio social preferito per fare due chiacchiere con il vicino, ma dal grado di digitalizzazione delle imprese, dalla presenza più o meno diffusa di reti ad altissima velocità, dall’efficienza digitale della Pubblica amministrazione, dal numero di acquisti online e dalla disponibilità di altri servizi 4.0 come a telemedicina o la formazione online.

Il rapporto Desi (Indice di digitalizzazione dell’economia e della società, sviluppato ogni anno dalla Commissione europea) prende in esame cinque indicatori, a loro volta disaggregati in una miriade di subindicatori, finalizzati a comporre un quadro sinottico della digitalizzazione di ogni paese europeo. L’analisi ci inchioda:  l’Italia naviga nelle parti basse della classifica, insieme a Paesi che solo recentemente sono entrati nell’Unione europea (Polonia, Ungheria, Croazia, Cipro e Slovacchia), e lontano dai primi in graduatoria (scandinavi in prima fila, Olanda, ma anche Spagna e Portogallo).

Per quanto riguarda gli aspetti infrastrutturali, dominano i segni positivi: aumenta la diffusione della banda larga fissa, insieme alla copertura 4G e alla diffusione della banda larga mobile. Importante l’aumento nella banda larga veloce (NGA, inferiore a 30 Mbps), in cui ci collochiamo al tredicesimo posto a livello Ue, con un salto deciso rispetto al ventitreesimo del 2017. In lenta crescita la banda larga ultraveloce (intorno ai 100 Mbps), ad esempio con il 4,8% delle abitazioni con abbonamento con almeno 100 Mbps, anche se ancora assolutamente insufficiente (in media in Europa sono al 15,4%).

Un gap accumulato negli anni

L’Italia sconta anni di ritardo, e recuperare posizioni in classifica non sarà facile: anche i nostri partner comunitari migliorano di anno in anno le proprie reti, e raggiungerli comporta pertanto uno sforzo doppio.

L’attuazione della Strategia nazionale per la banda ultra larga è iniziata di fatto a fine 2017, con i primi due appalti assegnati a Enel Open Fiber per un totale di diciassette regioni; il terzo e ultimo lotto (relativo a Sardegna, Puglia e Calabria) sarà messo a gara solo nel corso di quest’anno.
I primi cantieri sono stati aperti solo a fine 2017, e il grosso del lavoro sta iniziando proprio nel primo semestre 2018, fra mille difficoltà, dovute soprattutto ai percorsi burocratici necessari per ottenere tutte le autorizzazioni dalle amministrazioni coinvolte (comuni, province, Anas, soprintendente ai beni culturali, autorità ed enti in qualche modo attraversati dalle reti in fibra ottica. L’accelerazione in corso nel 2018 potrebbe portare a un miglioramento delle infrastrutture e a un avanzamento nelle classifiche. Il problema è che la connettività non è tutto.

Molto dipende infatti dal capitale umano, con cui si misura sia l’utenza internet che la presenza di tecnici con competenze in tecnologie digitali. Qui l’Italia è retrocessa di un posto, dal 24esimo al 25esimo. Non è stato sufficiente mantenere stabile la percentuale di utenti internet (che anzi sono cresciuti in termini assoluti), né aumentare gli specialisti in telecomunicazioni (che sono passati dal 2,5 al 2,6%). Ciò che manca sono i laureati in discipline scientifiche, tecnologiche e matematiche, in flessione rispetto all’anno precedente. Un problema, quello del limitato appeal delle discipline scientifiche, che influisce su molti settori dell’economia, ma che ha evidentemente un impatto grave sull’economia digitale.

Stabile anche l’accesso ai servizi internet, anche se nella parte bassissima della classifica, al 27esimo posto, anche se è aumentato tantissimo (oltre il 40% l’accesso a servizi bancari, social network e acquisti online). Per portarsi ai livelli degli altri Paesi europei c’è quindi molto da fare, e ci sono comunque amplissimi spazi di crescita.

L’Italia si colloca meglio nei tre ultimi indicatori, relativi all’integrazione delle tecnologie digitali ai servizi pubblici digitali. La Pubblica amministrazione, in particolare, sembra avviata sulla buona strada, anche grazie all’adozione dello Spid (Sistema pubblico di identità digitale), e a tutti i servizi che ne potranno derivare.

Il rapporto Desi conferma comunque, ancora una volta, che “essere digitali” non è solo uno slogan, ma una complessa serie di iniziative, piani, attività, standard, investimenti. Di cui la banda ultra larga è solo un importante tassello, ma non l’unico. Fornire connettività ad altissima velocità non è tutto: è necessario costruire un ecosistema a contorno. Per questo l’Italia dovrà correre rapidamente, cercando di colmare il divario accumulato nel corso degli anni.

Qualche segnale positivo

I dati dell’Osservatorio sulle comunicazioni, diffusi proprio in questi giorni dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, segnalano che stanno diminuendo gli accessi in modalità Dsl, mentre aumentano fortemente gli accessi ad internet con tecnologie più veloci, ottenute in parte con banda ultra larga in fibra ottica e in parte con accessi Fixed wireless access (Fwa). Ci sono quindi i presupposti per un 2019 con un indice Desi migliore rispetto alla situazione attuale.

La tabella che mostra la posizione dell’Italia nella classifica dell’Ue a 28 nel 2017 e nel 2018