La guerra dell’olio italico

Di   30 luglio 2018

Federolio e Coldiretti propongono di chiamare “Italico” l’extravergine con il 50% di olio straniero. Produttori in guerra. Ma arriva una retromarcia.

Parliamo di uno dei pochi prodotti alimentari sottoposto per legge a un elevatissimo numero di analisi chimiche di laboratorio (panel test) che consentono di classificare gli EVO e svelare difetti. È previsto il superamento di una prova organolettica preventiva, per cui l’olio che presenta difetti di odore e sapore non può essere etichettato come extravergine. Inoltre la normativa distingue in modo netto le varie tipologie di olio (di oliva, vergine, extravergine), prevede l’indicazione dell’origine (100% italiano, origine Ue, origine Ue e/o extra Ue), permette alle Dop di riportare la zona di produzione e lascia piena libertà alle aziende di aggiungere informazioni utili per identificare il prodotto di qualità.

Allora perché la nuova etichetta “olio italico”? Per rispondere proviamo a riflettere su qualche dato.

Il consumo totale di olio extravergine di oliva in Italia oscilla tra le 500.000 e le 600.000 tonnellate. Nelle annate “buone” la produzione nazionale è intorno alle 300.000 – 350.000 tonnellate. Ma riusciamo a esportare ogni anno circa 300 – 400 mila tonnellate. È evidente che senza le massicce importazioni di olio di oliva dai vari Paesi che si affacciano sul Mediterraneo non avremmo olio a sufficienza per noi e, soprattutto, non ci sarebbe l’olio che la nostra industria olearia propone ai mercati con la dizione “Made in Italy”.

D’altra parte la qualità dell’olio (tranne per le DOP) non è correlata all’origine, ma all’abilità dell’azienda di saper miscelare diversi oli (siano essi italiani, greci, spagnoli, tunisini…), cambiando ogni anno la composizione in relazione all’andamento stagionale, per ottenere prodotti di discreta, buona e ottima qualità.  Per difendere le migliori produzioni nazionali tutti gli oli commercializzati devono sempre rispondere a elevati standard di sicurezza, anche indipendentemente dalla loro origine. I DOP e gli IGP danno la massima garanzia in merito alla propria origine, ma la loro disponibilità è limitata, raggiungono mercati di nicchia e alle volte con prezzi veramente elevati.

In questo scenario si inserisce la disputa che vede da una parte il Consorzio nazionale degli olivicoltori e gran parte della filiera olivicola olearia italiana rappresentata da Unasco e dall’altra Coldiretti-Unaprol, Federolio e Fai-filiera agricola italiana. I primi si sono schierati a tutela dell’olio extravergine 100% italiano, i secondi invece hanno siglato un contratto di filiera del valore di oltre 50 milioni di euro per 10 milioni di chili . Di cosa? Di miscele composte per il 50%di prodotto nazionale comunque da commercializzare come “olio italico”.

Una doverosa precisazione. La Condiretti ha diffuso un comunicato stampa dove si dice che Italico è una fake news. “Non esiste alcun riferimento al nome Italico né tantomeno alle miscele di oli extravergine di oliva Made in Italy con quelli importati dall’estero”. Ma in un comunicato, Federolio smentisce la retromarcia di Coldiretti. Vi si legge: “Rispetto a quello che è stato definito “italico” Federolio tiene poi a precisare che questo prodotto, oltre a contenere il 50% di prodotto nazionale, avrà una componente di olio non italiano che dovrà comunque rispondere a verificabili requisiti di eccellenza“.

L’impressione è che Coldiretti e Federolio intendessero usare a vantaggio dell’agricoltura italiana il potere dell’italian sounding, usato spesso e volentieri all’estero per spacciare come italiani prodotti come il parmesan, il barollo, gli spagheroni… Solo che in questo caso l’italian sounding sarebbe dovuto servire per ingannare gli stessi consumatori italiani.

Tuttavia, il contratto di filiera siglato rappresenta un tentativo di costruire, tra luci e ombre, qualcosa di innovativo per la filiera, con un prezzo minimo garantito per i produttori: 4 euro l’extravergine dei produttori. A costo di abbassare la qualità dell’olio extravergine italiano , sdoganando le miscele con oli comunitari ed extracomunitari.

Infatti, se da una parte i produttori italiani stanno affrontando una battaglia con i loro “competitor” (soprattutto spagnoli) che vorrebbero un “appiattimento” della qualità degli EVO, nel frattempo altri Paesi, e non soltanto quelli che si affacciano sul Mediterraneo, stanno impiantando nuovi oliveti. Tra qualche anno con ogni probabilità l’Australia, gli USA e addirittura la Cina produrranno del loro EVO con la conseguente possibilità di una significativa diminuzione delle nostre esportazioni e un’invasione di oli stranieri. Forse solo allora ci renderemo conto che i tanti proclami a difesa dell’EVO “Made in Italy” erano serviti a poco o niente.