Parola d’ordine “innovazione in campo”

Di   6 agosto 2018

Mais viola, Camelina Sativa, droni, minima lavorazione: cosa può fare di diverso un contoterzista. La trasformazione del Casalasco di Rossano Remagni Buoli, intervistato da Mondo agricolo lo scorso giugno.

Quanto costa una botte del diserbo a rateo variabile? E una seminatrice di precisione? Quanto per allestire un drone? E La guida satellitare con precisione centimetrica? “In tutto si può arrivare a 250.000 euro. Oggi con queste tecnologie in tutte le aziende avremmo il mondo in mano, passeremmo da un’agricoltura tradizionale a una sostenibile, ugualmente efficace e produttiva, ma più rispettosa dell’ambiente. Ma costa e non sempre si riesce a sfruttarle al punto da rientrare dall’investimento”. Parola di Rossano Remagni Buoli, vice presidente dei Contoterzisti di Cremona. Imprenditore agromeccanico attivo nel Casalasco, tra Cremona e Mantova, l’innovazione ha cercato di metterla un po’ dappertutto in azienda: in campo con macchine intelligenti in grado di gestire la variabilità dei terreni, in ufficio con un software per gestire tutto in un clic, in cielo con un drone attrezzato per la lotta integrata alla piralide del mais. “Ci sono molti modi per portare l’innovazione in campo. Penso anche alla minima lavorazione e a nuovi prodotti. Per esempio, quest’anno abbiamo iniziato una collaborazione sperimentale per la coltivazione di una varietà innovativa di mais dal colore viola, il mais Moradyn®, e di Camelina Sativa”.

Perché il mais viola?

“La proposta mi è arrivata quasi per caso da Flanat Research Italia, una Società specializzata nella ricerca di principi attivi e nutrienti da scarti agro-alimentari che collabora con diverse Università in Lombardia e grazie ai contributi all’innovazione POR-FESR di Regione Lombardia ha iniziato un percorso di ricerca sul mais. Cercavano un agricoltore o un contoterzista con una mietitrebbia che raccogliesse anche il tutolo del mais. In tutta la Lombardia sono l’unico ad averla. Poi mi hanno detto che volevano che coltivassi la loro varietà sperimentale”.

Cosa se ne fanno del tutolo e perché il mais doveva essere viola?

“Sotto c’è l’idea della bio-economia circolare e quindi di valorizzare anche gli scarti vegetali di una pianta. Nel caso del mais Moradyn® il colore viola/nero è dovuto all’alta presenza di antociani, pigmenti presenti in natura che danno il colore blu/viola a molte piante. Gli antociani sono presenti sia nella granella che nel tutolo, ma è da quest’ultimo che si possono estrarre in quantità maggiore. In particolare uno di questi antociani è in grado di rallentare l’assorbimento degli zuccheri nell’intestino e per questo può essere utilizzato per produrre ia supporto delle terapie per chi soffre di diabete tipo-2”.

Cosa ve ne farete della granella viola?

“Con quella che non verrà usata per l’estrazione si vedrà di fare farina da polenta. Una polenta viola, dolce, ma senza zuccheri. Non sarà la classica polenta gialla o bianca, ma sono convinto che la cucina italiana saprà farne buon uso. Il mais viola sta crescendo bene e se le cose vanno come devono andare, nel 2019 sarà possibile iniziare una produzione più consistente. Ma i costi devono essere sostenibili”.

E come procede con la Camelina Sativa?

“Bene. In luglio si avranno i primi risultati. La Camelina Sativa, nota anche come falso lino, è una pianta simile alla colza, il suo olio (i semi ne contengono fino al 43%) è molto leggero e ricco di omega 3 vegetali, molto importanti per la salute dell’uomo. Negli Stati Uniti la pianta viene usata per produrre biodiesel per aviogetti. Il progetto prevede lo sviluppo di nutrienti ricchi di omega 3 per la produzione di integratori alimentari”.

Ne esce un modello di agricoltura fuori dai canoni consolidati, che cerca di proporsi a tutto il comprensorio del Casalasco come un modello vincente.

“L’agricoltura lentamente si sta ridisegnando. Cambia il clima, cambia la Pac, cambiano i prezzi dei prodotti agricoli, cambia il piano delle coltivazioni, cambia il nostro lavoro e cambia la società. In tutto questo, per tornare a fare reddito, è essenziale cercare strade alternative e sganciarsi dai modelli tradizionali. Le aziende agricole e agromeccaniche devono imparare a crescere in ettari e in tecnologie. Occorre essere tutti più strutturati e fidarsi l’uno dell’altro”.

Oltre ai costi quali sono gli ostacoli?

“In questa fase di prezzi bassi e investimenti gravosi, serve una pianificazione razionale delle attività di impresa. Ma neppure questa rimuove gli ostacoli. L’agricoltura 4.0 favorisce i nativi digitali, ma vedo poca passione. Occorre che le nuove leve amino i campi e l’agricoltura più degli smartphone, proprio come la amiamo noi e prima di noi i nostri padri”.

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