Se gli OGM fossero in etichetta

Di   1 agosto 2018

In Vermont cala la sfiducia dei consumatori verso i prodotti con ingredienti geneticamente modificati. Proponiamo volentieri l’articolo di Il Fatto Alimentare.

Non bisognerebbe temere la consapevolezza dei consumatori, perché laddove le informazioni sono esaurienti e comprensibili, le conseguenze sono a volte inaspettate e migliori rispetto ai timori iniziali. Questo è, in sintesi, il messaggio che giunge da uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports (del gruppo di Science) da Jane Kolodinsnky, una ricercatrice dell’Università del Vermont che da anni segue gli umori dell’opinione pubblica sugli alimenti con ingredienti vegetali geneticamente modificati (OGM). In base ai suoi ultimi risultati, infatti, da quando nel 2014 è stata introdotta in Vermont la prima legge che obbliga i produttori a indicarne la presenza sulle etichette, e lo stato è diventato quindi una sorta di laboratorio nazionale, la sfiducia è scesa del 19%.

Kolodinsky, nel corso degli anni, all’incirca una volta al mese ha posto domande come “In generale, lei sostiene/sostiene parzialmente/si oppone in qualche misura/si oppone strenuamente/non ha alcuna opinione in merito all’impiego degli OGM?”.  Un collega, Jayson Lusk, ha chiesto invece “Lei ha qualche timore per la sua salute in merito alla presenza di OGM nel cibo che mangerà nelle prossime due settimane?”. Alla fine i due esperti hanno messo insieme i dati relativi a 7.800 domande e hanno valutato l’andamento temporale delle risposte, mettendole anche in relazione con quelle nazionali. Il risultato è stato evidente: andando in controtendenza rispetto ad altri stati, in Vermont i timori sono scesi appunto del 19% rispetto a prima della legge, e hanno così contraddetto la maggior parte delle previsioni.

Negli anni scorsi, quella sull’obbligo di segnalazione era stata una battaglia dai toni molto accesi, perché la parte di opinione pubblica favorevole agli alimenti biologici, riunita della Organic Consumer Association, tuttora impegnata per l’estensione a tutti gli USA della normativa, aveva previsto che le etichette avrebbero condannato a morte gli OGM e per questo la chiedeva a gran voce. Gli stessi produttori sembravano convinti che sarebbe andata così, al punto da opporsi con ogni mezzo e investire in questo decine di milioni di dollari. Non solo. Testate prestigiose, tra le quali il National Geographic avevano scritto che il simbolo degli OGM sarebbe stato interpretato dai consumatori alla stregua del simbolo del veleno (quello con il teschio e le due ossa incrociate), e altre avevano parlato di bacio della morte. Poi è arrivata la legge, e con essa l’indicazione su tutti gli alimenti contenenti soia, colza, mais e barbabietole OGM, come prodotti da forno, cereali, insalate, condimenti e molti altri, peraltro già estesa da alcuni dei produttori più grandi a tutto il territorio statunitense, in previsione di un allargamento dell’obbligo e anche per evitare di dover impostare un packaging specifico solo per il Vermont. E pochi mesi dopo la sorpresa: la chiarezza fa crescere la fiducia.

Va detto che non tutti vedono il nesso: secondo alcuni, tra i quali Gary Marchant, direttore del Centro per la legge, la scienza e l’innovazione dell’Università dell’Arizona, hanno sottolineato come in Vermont la questione sia stata sotto i riflettori per mesi (e questo avrebbe di per sé migliorato la fiducia), come a livello nazionale non si veda alcuna tendenza del genere, anche se molti prodotti ormai hanno il simbolo OGM in etichetta, e anche come l’opinione pubblica si sia tranquillizzata, dopo anni di battaglie, solo per la comparsa delle etichette di cui si era tanto parlato. Altri, inoltre, hanno fatto notare come non ci sia stata una vera e propria inversione di opinione, e suggerito che alla fine ai consumatori importi molto meno del previsto degli OGM.

Non è la prima volta che si verifica un mutamento di questo segno: nel 2016 la Campbell ha iniziato spontaneamente a indicare la presenza di OGM sui suoi prodotti, entrando in rotta di collisione con la sua associazione di categoria, la Grocery Manufacturers Association, contrarissima all’iniziativa, e il risultato è stato positivo, perché la maggior parte dei clienti in seguito ha affermato di sentirsi più sicura, sapendo che cosa compra.

La questione, però, non è solo locale: si stanno infatti discutendo i dettagli della legge nazionale approvata nel 2016, con la proposta, sostenuta proprio dalla Grocery Manufacturers Association, di cambiare termine e indicare gli alimenti come bioingegnerizzati o BE, e associare il termine a simboli amichevoli accompagnati da brevi scritte. Come sempre in questi casi, le proposte sono state sottomesse al giudizio del pubblico fino al 3 luglio. La versione finale probabilmente sarà resa nota nel giro di poche settimane, e potrebbe essere accompagnata da un QR code che spieghi le caratteristiche del prodotto in vendita. Se l’introduzione su larga scala dell’etichettatura BE influenzerà o meno l’opinione pubblica, lo si vedrà nei prossimi anni. Ma i consumatori, in ogni caso, hanno diritto di sapere. E nessuno dovrebbe avere paura di questo.

Fonte: Il Fatto Alimentare